In un periodo storico in cui si parla di tasse da pagare o meno dalle Big Tech americane nella trattativa tra Donald Trump e l’UE, è di attualità anche la richiesta dell’Agenzia delle Entrate a colossi come Meta, X e Linkedin per quanto riguarda il pagamento dell’ IVA servizi sui dati personali.
Infatti, l’Ente di riscossione contesta a queste grandi aziende digitali il pagamento dell’IVA per un importo pari di più di un miliardo di euro sui servizi che queste hanno concesso ai loro utenti in forma gratuita in cambio dei loro dati personali.
Queste imprese che rappresentano gran parte del mondo dei social media, basti pensare a quello che fino a qualche tempo era Twitter, ma anche Facebook, Instagram e Linkedin, hanno ricevuto l’avviso di accertamento da parte di Agenzia Entrate.
Naturalmente, queste società non sono d’accordo e sono pronte a fare ricorso presso la Corte di Giustizia Tributaria per evitare di pagare quello che per loro è un grande salasso, preannunciando quello che sarà un contenzioso che può riscrivere in un senso o nell’altro il rapporto tra le grandi attività digitali e le tasse da riconoscere nei territori in cui operano e fanno profitti.

Iva servizi dati personali: la richiesta di Agenzia delle Entrate
La richiesta di Agenzia delle Entrate di ricevere il pagamento dell’IVA sui servizi considerati gratuiti in cambio di dati personali da parte dalle grandi imprese digitali complessivamente per più di un miliardo di euro ha una motivazione ben precisa e non dettata da motivazioni politiche o di altra natura.
Infatti, l’avviso di accertamento inviato dall’Ente di riscossione alle Big Tech ha la sua ragione nel fatto che i dati personali ricevuti dagli utenti, in cambio dei servizi gratuiti servizi, hanno in realtà un valore economico per queste imprese anche se nel rapporto non avviene alcuno scambio di denaro.
Secondo Agenzia Entrate, per queste imprese i dati personali rivestono un grande valore economico poiché accedere ad informazioni riguardando le preferenze di consumo e le abitudini di navigazione, spesso senza richiedere il consenso consapevole agli utenti, consentono loro di modellare le proposte pubblicitarie.
Quindi, Agenzia delle Entrate ha calcolato che su milioni di interazioni che hanno fatto ottenere dati personali utili alle attività delle grandi imprese digitali si debba pagare l’IVA per un miliardo di euro, più precisamente 887 milioni di euro richiesti a Meta, 140 milioni di euro a Linkedin e 12,5 milioni di euro a X.
Cosa dicono le grandi aziende digitali
Le grandi aziende digitali chiamate in causa dall’avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate relativo all’IVA sui servizi concessi gratuitamente in cambio dei dati personali degli utenti che ne usufruiscono hanno una linea difensiva ben precisa per evitare di pagarla.
Infatti, le Big Tech sostengono il principio della cosiddetta permuta gratuita, ovvero gli utenti hanno potuto fruire l’accesso gratuito alle rispettive piattaforme in cambio dei dati personali senza alcuna somma in denaro in cambio.
Da una parte c’è il ricorso alla Corte di Giustizia Tributaria da parte delle grandi imprese digitali, dall’altra ci sono le istituzioni italiane che potrebbero richiedere un parere consultivo del Comitato IVA della Commissione Europea in merito alla questione oggetto della disputa.
In particolare, è già stato emesso un parere da parte del Comitato IVA di Bruxelles che negava la possibilità di chiedere il pagamento dell’IVA su questo ambito, ma di sette anni fa e con un contesto ormai modificato, ma precisando che poteva essere preteso se lo scambio dei dati personali non avviene in maniera consapevole per gli utenti oppure viene riconosciuto il loro valore economico nelle attività di marketing.

Le possibili conseguenze del contezioso tra Big Tech ed Agenzia delle Entrate
Agenzia delle Entrate sostiene la sua richiesta di pagamento dell’IVA sui servizi forniti gratuitamente dalla imprese digitali americane è giustificato dal collegamento diretto tra questi e i dati personali degli utenti che hanno eseguito l’accesso alle loro piattaforme social avuti in cambio.
Una vittoria nel contenzioso da parte dell’Ente di riscossione vorrebbe dire che le Big Tech non solo dovrebbero pagare le tasse sui loro servizi nel nostro territorio, ma anche in tutti gli altri Paese dell’Unione Europea.
Infatti, riconoscere il principio che le aziende digitali americane devono essere sotto l’imposizione fiscale degli Stati europei significherebbe rivoluzionare i rapporti che riguardano i Paesi e l’economia di questo settore che vede delle disparità di trattamento rispetto alle imprese degli altri comparti.
Infine, ricordiamo che questo di avviso di accertamento per il pagamento delle tasse da parte di queste attività digitali si inserisce nella discussione sui dazi tra Stati Uniti d’America ed Unione Europa e riveste un grande peso a livello di rapporti e peso economico tra le parti in causa.
L’Unione Europea e la Web Tax
La vicenda sull’IVA tra Big Tech e Agenzia delle Entrate si inserisce anche la possibilità da parte dell’Unione Europea di imporre una Web Tax alle aziende multinazionali americane che offrono servizi digitali nel Vecchio Continente, oltre a quelle già citate anche a Google, Amazon e Apple.
Questa tassa consisterebbe nel pagamento di tributi da parte di questi colossi digitali nei territori UE in cui riescono ad ottenere profitti, anche quando non hanno la loro sede fisica all’interno di questi Paesi, eventualità fin quei evitata dalle aziende grazie all’escamotage della delocalizzazione nelle zone con regimi fiscali favorevoli.
L’obiettivo dell’Europa è quella di raggiungere la parità contributiva tra le imprese di tutti i settori economici, indipendentemente dal loro ambito, per avere un gettito fiscale pubblico bilanciato, ma la Web tax ha i problemi della contrarietà di Trump e che deve essere approvata ad unanimità da tutti gli Stati UE. In Italia, esiste la Digital Tax Service, un’aliquota al 3 per cento dei ricavi che devono pagare per le imprese che offrono nel nostro territorio pubblicità online, attività connesse alle piattaforme di e-commerce e lo streaming.
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